Poesie e testi sulla scuola
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Re: Poesie e testi sulla scuola
Le prime tristezze
Ero un fanciullo, andavo a scuola e un giorno
dissi a me stesso: «Non ci voglio andare ».
E non ci andai. Mi misi a passeggiare
tutto soletto, fino a mezzogiorno.
E così spesso. A scuola non andai
che qualche volta, da quel triste giorno.
lo passeggiavo fino a mezzogiorno,
e l'ore... l'ore non passavan mai!
Il rimorso tenea tutto il mio cuore
in quella triste libertà perduto;
e l'ansia mi prendea d'essere veduto
dal signor Monti, dal signor dottore!
Pensavo alla mia classe, al posto vuoto,
al registro, all'appello (oh! il nome, il nome
mio nel silenzio!) e mi sentivo come
proteso nell'abisso dell'ignoto...
E quante, quante volte domandai
l'ora a un passante frettoloso, ed era
nella richiesta mia tanta preghiera!...
Ma l'ore... l'ore non passavan mai!
Marino Moretti
Ero un fanciullo, andavo a scuola e un giorno
dissi a me stesso: «Non ci voglio andare ».
E non ci andai. Mi misi a passeggiare
tutto soletto, fino a mezzogiorno.
E così spesso. A scuola non andai
che qualche volta, da quel triste giorno.
lo passeggiavo fino a mezzogiorno,
e l'ore... l'ore non passavan mai!
Il rimorso tenea tutto il mio cuore
in quella triste libertà perduto;
e l'ansia mi prendea d'essere veduto
dal signor Monti, dal signor dottore!
Pensavo alla mia classe, al posto vuoto,
al registro, all'appello (oh! il nome, il nome
mio nel silenzio!) e mi sentivo come
proteso nell'abisso dell'ignoto...
E quante, quante volte domandai
l'ora a un passante frettoloso, ed era
nella richiesta mia tanta preghiera!...
Ma l'ore... l'ore non passavan mai!
Marino Moretti
CRISTINA
Re: Poesie e testi sulla scuola
Si chiude la scuola
Che facce ridienti
han bimbi e bambine:
son tutti contenti
che siamo alla fine!
Nessuno si duole
se lascia le scuole!
Invece la scuola
è triste un pochino,
lei resta qui sola,
perché ogni bambino
in grande esultanza
rimane in vacanza.
E banchi e quaderni
e muri e cartelli
vi dicon: - Bimbetti,
non fate i monelli:
le cose imparate
da noi, non scordate!
Noi soli restiamo
in lungo soggiorno
e intanto aspettiamo
il vostro ritorno.
Addio, cari amici,
vacanze felici!
A. Romano
Che facce ridienti
han bimbi e bambine:
son tutti contenti
che siamo alla fine!
Nessuno si duole
se lascia le scuole!
Invece la scuola
è triste un pochino,
lei resta qui sola,
perché ogni bambino
in grande esultanza
rimane in vacanza.
E banchi e quaderni
e muri e cartelli
vi dicon: - Bimbetti,
non fate i monelli:
le cose imparate
da noi, non scordate!
Noi soli restiamo
in lungo soggiorno
e intanto aspettiamo
il vostro ritorno.
Addio, cari amici,
vacanze felici!
A. Romano
CRISTINA
Re: Poesie e testi sulla scuola
Il sogno della lavagna
La lavagna era triste triste. "Non ce la faccio più" pensava.
Sono stanca di vedere bambini spaventati, bambini che piangono, che mi guardano come se fossi una strega portasfortuna. Un giorno o l'altro me ne vado.
E un bel giorno, anzi una bella notte se ne andò: uscì dalla scuola e, toc toc, se ne andò per il mondo. Il cancellino le rotolò dietro piagnucolando.
Andarono insieme. Il cancellino cancellava le nuvole del cielo perché la notte fosse più chiara; cancellava i semafori rossi perché la lavagna potesse passare; cancellava le montagne troppo alte.
Una notte cancellò perfino tre banditi che volevano rapire la povera lavagna per scriverci il conto delle rapine che avevano fatto.
Cammina e camminar una bella notte la lavagna si fermò.
Disse: Cancellino, sono molto stanca, ho proprio bisogno di dormire..
Il cancellino cancellò le pietre e tutto ciò che si trovava intorno: e così la lavagna poté sdraiarsi sull'erba pulita, sotto la chioma di un grosso albero.
Signora lavagna disse il cancellino. Ti sei stesa sotto un castagno: è pericoloso.
Se ti cade un riccio sulla faccia ti punge, ti fa male. loro cancello quest'albero.
Ma la lavagna era già addormentata e stava facendo un sogno.
Sognava di essere in piedi in mezzo a un prato, con tanti bambini intorno.
E i bambini erano i bambini della sua scuola, però erano allegri, scrivevano con gessi colorati: inventavano poesie, inventavano parole, inventavano numeri, Inventavano disegni.
Lei era felice. Da lontano sentiva la voce del cancellino:
Signora lavagna, svegliati, è giorno.
No rispondeva lei non voglio svegliarmi.
Non mi sveglierò finché il sogno che sto facendo non sarà diventato realtà.
Racconto di I. Borsetto
La lavagna era triste triste. "Non ce la faccio più" pensava.
Sono stanca di vedere bambini spaventati, bambini che piangono, che mi guardano come se fossi una strega portasfortuna. Un giorno o l'altro me ne vado.
E un bel giorno, anzi una bella notte se ne andò: uscì dalla scuola e, toc toc, se ne andò per il mondo. Il cancellino le rotolò dietro piagnucolando.
Andarono insieme. Il cancellino cancellava le nuvole del cielo perché la notte fosse più chiara; cancellava i semafori rossi perché la lavagna potesse passare; cancellava le montagne troppo alte.
Una notte cancellò perfino tre banditi che volevano rapire la povera lavagna per scriverci il conto delle rapine che avevano fatto.
Cammina e camminar una bella notte la lavagna si fermò.
Disse: Cancellino, sono molto stanca, ho proprio bisogno di dormire..
Il cancellino cancellò le pietre e tutto ciò che si trovava intorno: e così la lavagna poté sdraiarsi sull'erba pulita, sotto la chioma di un grosso albero.
Signora lavagna disse il cancellino. Ti sei stesa sotto un castagno: è pericoloso.
Se ti cade un riccio sulla faccia ti punge, ti fa male. loro cancello quest'albero.
Ma la lavagna era già addormentata e stava facendo un sogno.
Sognava di essere in piedi in mezzo a un prato, con tanti bambini intorno.
E i bambini erano i bambini della sua scuola, però erano allegri, scrivevano con gessi colorati: inventavano poesie, inventavano parole, inventavano numeri, Inventavano disegni.
Lei era felice. Da lontano sentiva la voce del cancellino:
Signora lavagna, svegliati, è giorno.
No rispondeva lei non voglio svegliarmi.
Non mi sveglierò finché il sogno che sto facendo non sarà diventato realtà.
Racconto di I. Borsetto
CRISTINA
Re: Poesie e testi sulla scuola
Il primo giorno di scuola
Nulla è più emozionante del primo giorno di scuola. Me lo ricordo: era dal 23 luglio che facevano la disinfestazione per i topi, avevano vinto i topi ce ne erano alcuni grossi come cammelli.
Il bidello sorrise e aprì il portone; il portone cadde è aprì il bidello, ancora sorride; è rimasto sotto, ridotto come una specie di radiografia portarono in ospedale in busta chiusa.
Tutti i bambini entrarono di corsa urlando, anche perché cercavan sfuggire agli spacciatori.
Le aule erano splendide: pavimenti di cotto, prosciutto cotto, quello delle merende degli anni passati, azzeccato per terra. rendere trasparenti le finestre erano stati rotti i vetri.
I nemici nascosti dell'igiene, grossi come tacchini, aspettavano i bambini in smoking: il primo giorno di scuola era anche per loro, una grande occasione.
Tra i bambini ricordo Deborah, con la «h» finale, un bambino di undici anni che la mamma aveva chiamato così per rendergli la vita più facile.
Deborah stava solo e in disparte... si fosse fatto la doccia più spesso... chissà!
Era uno di quei bambini che a Carnevale mandavamo nelle altre classi al posto delle fialette puzzolenti. A un tratto Claudio Castello si avvicinò a Deborah.
I ragazzi ammutolirono guardando commossi la scena.
Claudio era furbo per natura e socialista per vocazione, rubò la merenda di Deborah e scappò; allora Deborah, che timidissimo e dolce, si avvicinò a Claudio e con un cric gli sgranò tutti i denti.
C'è ancora il pavimento pieno di molari.
Quello fu un giorno commovente e i ragazzi impararono un fatto importante: Chi ha il pane non ha
i denti non ha il pane.
Mentre Castello cercava ancora i suoi canini entrò il preside con aria mesta, salutò con grande dignità e disse: «Ragazzi devo darvi una brutta notizia, avrete un altro maestro, quello dell'anno scorso è morto!» Ci fu un boato di gioia, applausi, tutta la curva B della classe intonò canti di tripudio.
«È stato il fumo a ucciderlo» disse il Preside.
Il maestro dell'anno passato era un uomo decrepito, aveva il volto incartapecorito dalle rughe, capelli bianchi e radi, denti cariati, spalle curve e parlava con voce roca e catarrosa.
Aveva ventitré anni.
Un giorno lesse sul pacchetto di sigarette: «Il fumo nuoce gravemente alla salute».
Allora cominciò a ridere, ridere, ridere e rise tanto che morì soffocato.
Il mio compagno Bakunin lo diceva sempre: «Sarà una risata che vi seppellirà!»
Così il preside ci presentò il maestro di quest'anno.
Si chiamava Sergio Sergio, Sergio di nome e Sergio di cognome, ma tutti per comodità lo
chiamavano Piero. Un ragazzo timidissimo.
Quando noi bambini entravamo in classe lui si alzava.
Era giovane, aveva ancora l'acne juvenilis, non molta in realtà, foruncolo solo, ma non siamo mai riusciti a vederlo bene in faccia perché quel foruncolo lo copriva tutto.
Ricordo che Garrbne quel giorno gli chiese:
«Possiamo dar fuoco alla maestra, di ginnastica sul prato?»
«Non credo» rispose lui timido, «si rovina tutto il prato, comunque domani chiederò al preside».
Capimmo che quello sarebbe stato un anno particolare.
Quel giorno ritrovai anche tutti gli altri miei compagni: Musiani Silvio, il primo della classe; intelligente come un ramarro, aveva passato tutta l'estate a studiare a memoria il programma di quest'anno per non fare brutta figura.
Scannaguaglia Pino, il piccolo iettatore; quando lo vedevamo ci grattavamo tutti.
Giacchetti Lorenzo, lo psicolabile; già all'appello, quando lo chiamarono, pensando di dover essere interrogato si cosparse di benzina e si dette fuoco.
Poletti Giovanni, il genio della scuola; suonava il piano e il violino, scriveva poesie, conosceva la teoria della relatività, sapeva fare la crostata di mirtilli aveva la patente anche per i TIR.
Al Costanzo Show non volle mai andare perché la trovava una trasmissione per ragazzi.
Aveva sei anni e otto mesi.
Poi c'era il ripetente Paganini Nicola (e poi si dice!) che tutti chiamavano 'scoglio', non perché fosse forte ma perché aveva la testa dura come il porfido; era stato bocciato un sacco di volte, aveva ottantanove anni.
Quest'anno però ce l'avrebbe messa tutta, per fare contenti i genitori.
Poi c'era Barnum, il piccolo Darix Barnum, un ragazzo che viveva col circo.
Suo padre era un pezzo d'uomo, nel senso che faceva il trapezista, era caduto nella gabbia delle tigri, e non ne era rimasto un gran che.
La madre era la donna cannone, Darix era un ragazzo vivace, un po' troppo: era fachiro, mangiava il fuoco, beveva la nafta, ingoiava vetri e chiodi: certo la mattina era un problema, ma per amore dell'arte... Dopo il suo numero, si prendeva quattro chili di Falqui.
Ai bambini buoni la dolce Euchessina, sarà che lui non era buono, ma non gli bastava nemmeno l'idraulico liquido.
Eravamo tutti eccitati quel giorno, allora il timido maestro per chetarci ci lesse una favola.
Racconto di Giobbe Covatta
Nulla è più emozionante del primo giorno di scuola. Me lo ricordo: era dal 23 luglio che facevano la disinfestazione per i topi, avevano vinto i topi ce ne erano alcuni grossi come cammelli.
Il bidello sorrise e aprì il portone; il portone cadde è aprì il bidello, ancora sorride; è rimasto sotto, ridotto come una specie di radiografia portarono in ospedale in busta chiusa.
Tutti i bambini entrarono di corsa urlando, anche perché cercavan sfuggire agli spacciatori.
Le aule erano splendide: pavimenti di cotto, prosciutto cotto, quello delle merende degli anni passati, azzeccato per terra. rendere trasparenti le finestre erano stati rotti i vetri.
I nemici nascosti dell'igiene, grossi come tacchini, aspettavano i bambini in smoking: il primo giorno di scuola era anche per loro, una grande occasione.
Tra i bambini ricordo Deborah, con la «h» finale, un bambino di undici anni che la mamma aveva chiamato così per rendergli la vita più facile.
Deborah stava solo e in disparte... si fosse fatto la doccia più spesso... chissà!
Era uno di quei bambini che a Carnevale mandavamo nelle altre classi al posto delle fialette puzzolenti. A un tratto Claudio Castello si avvicinò a Deborah.
I ragazzi ammutolirono guardando commossi la scena.
Claudio era furbo per natura e socialista per vocazione, rubò la merenda di Deborah e scappò; allora Deborah, che timidissimo e dolce, si avvicinò a Claudio e con un cric gli sgranò tutti i denti.
C'è ancora il pavimento pieno di molari.
Quello fu un giorno commovente e i ragazzi impararono un fatto importante: Chi ha il pane non ha
i denti non ha il pane.
Mentre Castello cercava ancora i suoi canini entrò il preside con aria mesta, salutò con grande dignità e disse: «Ragazzi devo darvi una brutta notizia, avrete un altro maestro, quello dell'anno scorso è morto!» Ci fu un boato di gioia, applausi, tutta la curva B della classe intonò canti di tripudio.
«È stato il fumo a ucciderlo» disse il Preside.
Il maestro dell'anno passato era un uomo decrepito, aveva il volto incartapecorito dalle rughe, capelli bianchi e radi, denti cariati, spalle curve e parlava con voce roca e catarrosa.
Aveva ventitré anni.
Un giorno lesse sul pacchetto di sigarette: «Il fumo nuoce gravemente alla salute».
Allora cominciò a ridere, ridere, ridere e rise tanto che morì soffocato.
Il mio compagno Bakunin lo diceva sempre: «Sarà una risata che vi seppellirà!»
Così il preside ci presentò il maestro di quest'anno.
Si chiamava Sergio Sergio, Sergio di nome e Sergio di cognome, ma tutti per comodità lo
chiamavano Piero. Un ragazzo timidissimo.
Quando noi bambini entravamo in classe lui si alzava.
Era giovane, aveva ancora l'acne juvenilis, non molta in realtà, foruncolo solo, ma non siamo mai riusciti a vederlo bene in faccia perché quel foruncolo lo copriva tutto.
Ricordo che Garrbne quel giorno gli chiese:
«Possiamo dar fuoco alla maestra, di ginnastica sul prato?»
«Non credo» rispose lui timido, «si rovina tutto il prato, comunque domani chiederò al preside».
Capimmo che quello sarebbe stato un anno particolare.
Quel giorno ritrovai anche tutti gli altri miei compagni: Musiani Silvio, il primo della classe; intelligente come un ramarro, aveva passato tutta l'estate a studiare a memoria il programma di quest'anno per non fare brutta figura.
Scannaguaglia Pino, il piccolo iettatore; quando lo vedevamo ci grattavamo tutti.
Giacchetti Lorenzo, lo psicolabile; già all'appello, quando lo chiamarono, pensando di dover essere interrogato si cosparse di benzina e si dette fuoco.
Poletti Giovanni, il genio della scuola; suonava il piano e il violino, scriveva poesie, conosceva la teoria della relatività, sapeva fare la crostata di mirtilli aveva la patente anche per i TIR.
Al Costanzo Show non volle mai andare perché la trovava una trasmissione per ragazzi.
Aveva sei anni e otto mesi.
Poi c'era il ripetente Paganini Nicola (e poi si dice!) che tutti chiamavano 'scoglio', non perché fosse forte ma perché aveva la testa dura come il porfido; era stato bocciato un sacco di volte, aveva ottantanove anni.
Quest'anno però ce l'avrebbe messa tutta, per fare contenti i genitori.
Poi c'era Barnum, il piccolo Darix Barnum, un ragazzo che viveva col circo.
Suo padre era un pezzo d'uomo, nel senso che faceva il trapezista, era caduto nella gabbia delle tigri, e non ne era rimasto un gran che.
La madre era la donna cannone, Darix era un ragazzo vivace, un po' troppo: era fachiro, mangiava il fuoco, beveva la nafta, ingoiava vetri e chiodi: certo la mattina era un problema, ma per amore dell'arte... Dopo il suo numero, si prendeva quattro chili di Falqui.
Ai bambini buoni la dolce Euchessina, sarà che lui non era buono, ma non gli bastava nemmeno l'idraulico liquido.
Eravamo tutti eccitati quel giorno, allora il timido maestro per chetarci ci lesse una favola.
Racconto di Giobbe Covatta
CRISTINA
Re: Poesie e testi sulla scuola
Benissimo per una bugia
Un giorno mi presentai a scuola con un involto che fece strillare le bambine e salire sui banchi i miei compagni. Avevo portato un serpentello, che muoveva ancora la coda, e un ramarro verde come lo smeraldo. La maestra ne ebbe ribrezzo e chiamò il bidello.
Anche lui aveva paura. Andai io stesso a gettare i rettili fuori, lontano dalla scuola.
Quando rientrai, la maestra mi obbligò a lavarmi le mani e, dato che c'ero, pure la faccia e le orecchie. Dopo che tutti si furono calmati, mi chiese dove avevo preso il serpentello e il ramarro.
Li ho ammazzati io - dissi. - Correvano come il diavolo dietro a una bambina.
La maestra mi fece raccontare ogni cosa con la penna, in brutta e in bella copia. Il compito fu
elogiato da tutti, passò di classe in classe e fu letto ad alta voce da più di un insegnante.
Quello che avevo scritto era tutto una bugia, ma la maestra scrisse sotto il compito un grande
«benissimo» con la penna rossa.
Fortunato Pasqualino
Un giorno mi presentai a scuola con un involto che fece strillare le bambine e salire sui banchi i miei compagni. Avevo portato un serpentello, che muoveva ancora la coda, e un ramarro verde come lo smeraldo. La maestra ne ebbe ribrezzo e chiamò il bidello.
Anche lui aveva paura. Andai io stesso a gettare i rettili fuori, lontano dalla scuola.
Quando rientrai, la maestra mi obbligò a lavarmi le mani e, dato che c'ero, pure la faccia e le orecchie. Dopo che tutti si furono calmati, mi chiese dove avevo preso il serpentello e il ramarro.
Li ho ammazzati io - dissi. - Correvano come il diavolo dietro a una bambina.
La maestra mi fece raccontare ogni cosa con la penna, in brutta e in bella copia. Il compito fu
elogiato da tutti, passò di classe in classe e fu letto ad alta voce da più di un insegnante.
Quello che avevo scritto era tutto una bugia, ma la maestra scrisse sotto il compito un grande
«benissimo» con la penna rossa.
Fortunato Pasqualino
CRISTINA
Re: Poesie e testi sulla scuola
Tanti bambini diversi
C'era un gruppo di bambini e bambine nati nello stesso paese, chi un po' prima chi un po' dopo, ma tutti nello stesso anno.
Per questo li misero insieme nella stessa classe e li affidarono a un maestro.
A scuola scoprirono che tutti i bambini erano diversi, anche se avevano la stessi età e più o meno la stessa altezza.
Marzia inventava poesie. Fabrizio era bravissimo nel disegno.
Altri, come Angela e Laura, durante l'intervallo stampavano il giornalino.
E c'era anche Umberto che aveva la testa «fra le nuvole», perché pensava sempre a costruire
macchine di ogni tipo.
Ogni bambino, insomma, sapeva fare qualcosa.
M. Lodi
C'era un gruppo di bambini e bambine nati nello stesso paese, chi un po' prima chi un po' dopo, ma tutti nello stesso anno.
Per questo li misero insieme nella stessa classe e li affidarono a un maestro.
A scuola scoprirono che tutti i bambini erano diversi, anche se avevano la stessi età e più o meno la stessa altezza.
Marzia inventava poesie. Fabrizio era bravissimo nel disegno.
Altri, come Angela e Laura, durante l'intervallo stampavano il giornalino.
E c'era anche Umberto che aveva la testa «fra le nuvole», perché pensava sempre a costruire
macchine di ogni tipo.
Ogni bambino, insomma, sapeva fare qualcosa.
M. Lodi
CRISTINA
Re: Poesie e testi sulla scuola
A scuola
Tre per sette fa ventuno
a scuola non c'è alcuno,
sei per sei fa trentasei
è rimasta solo lei,
la maestra che ripete
sei per sette... dove siete?
Sopra il prato non correte,
su venite ripetete,
che studiar ancor dovete!
Ma i bambini non senton più,
non ritorna più nessuno,
tre per sette fa ventuno.
Giorgia Pollastri
Tre per sette fa ventuno
a scuola non c'è alcuno,
sei per sei fa trentasei
è rimasta solo lei,
la maestra che ripete
sei per sette... dove siete?
Sopra il prato non correte,
su venite ripetete,
che studiar ancor dovete!
Ma i bambini non senton più,
non ritorna più nessuno,
tre per sette fa ventuno.
Giorgia Pollastri
Anna Laura
Re: Poesie e testi sulla scuola
La scuola dei grandi
Anche i grandi a scuola vanno
tutti i giorni di tutto l'anno.
Una scuola senza banchi,
senza grembiuli né fiocchi bianchi,
e che problemi, quei poveretti,
a risolvere sono costretti:
"In questo stipendio fateci stare
vitto, alloggio e un po' di mare".
La lezione è un vero guaio:
"Studiate il conto del calzolaio".
Che mal di testa, il compito in classe:
"C'è l'esattore, pagate le tasse".
Gianni Rodari
Anche i grandi a scuola vanno
tutti i giorni di tutto l'anno.
Una scuola senza banchi,
senza grembiuli né fiocchi bianchi,
e che problemi, quei poveretti,
a risolvere sono costretti:
"In questo stipendio fateci stare
vitto, alloggio e un po' di mare".
La lezione è un vero guaio:
"Studiate il conto del calzolaio".
Che mal di testa, il compito in classe:
"C'è l'esattore, pagate le tasse".
Gianni Rodari
Re: Poesie e testi sulla scuola
Scuola
Negli azzurri mattini
le file svelte e nere
dei collegiali. Chini
su libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.
Sandro Penna
Negli azzurri mattini
le file svelte e nere
dei collegiali. Chini
su libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.
Sandro Penna
Re: Poesie e testi sulla scuola
Bambino,
se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
e portino la pace ovunque
e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.
Alda Merini
se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
e portino la pace ovunque
e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.
Alda Merini
Anna Laura
Re: Poesie e testi sulla scuola
Quattro materie di scuola
Che cos'è la geografia?
La geografia
è dove stanno gli amici,
le strade per le bici,
i posti felici.
Che cos'è la storia?
La storia
sono i giochi di ieri,
i ricordi leggeri
lasciati sui sentieri.
Che cos'è la grammatica?
La grammatica
è fare filastrocche,
far festa con le bocche
senza sentirsi sciocchi.
Che cos'è l'aritmetica?
L'aritmetica
siamo io più te più tutti
i belli insieme ai brutti,
le radici più le foglie più i frutti.
R. Piumini
Che cos'è la geografia?
La geografia
è dove stanno gli amici,
le strade per le bici,
i posti felici.
Che cos'è la storia?
La storia
sono i giochi di ieri,
i ricordi leggeri
lasciati sui sentieri.
Che cos'è la grammatica?
La grammatica
è fare filastrocche,
far festa con le bocche
senza sentirsi sciocchi.
Che cos'è l'aritmetica?
L'aritmetica
siamo io più te più tutti
i belli insieme ai brutti,
le radici più le foglie più i frutti.
R. Piumini
Anna Laura
Re: Poesie e testi sulla scuola
Tutti a Scuola
I bambini vanno a scuola
zitti, zitti, senza parola...
Con lo zaino e il cappello,
quando piove con l'ombrello.
Poi si siedono nei banchi,
ma son tristi e sempre stanchi.
Quando suona il campanello,
senti il solito ritornello
gridan tutti "e' finita",
e tutti corron all'uscita"
Dal sito: http://filastrocche.iremat.it
I bambini vanno a scuola
zitti, zitti, senza parola...
Con lo zaino e il cappello,
quando piove con l'ombrello.
Poi si siedono nei banchi,
ma son tristi e sempre stanchi.
Quando suona il campanello,
senti il solito ritornello
gridan tutti "e' finita",
e tutti corron all'uscita"
Dal sito: http://filastrocche.iremat.it
Anna Laura
Re: Poesie e testi sulla scuola
Preghiera per lo studio
O Signore, Ti ringrazio per il dono dell'intelligenza.
Aiutami a svilupparlo e a essere sempre aperto alla verità.
Voglio studiare con impegno per fare contenti i miei genitori
e costruire il mio futuro : non tanto per poter domani guadagnare di più,
ma per essere capace di aiutare meglio il mio prossimo.
Aiutami ad essere un vero amico per i compagni di scuola,
leale con gli insegnanti, buono con tutti.
dal sito www.vaticanoweb.com
CRISTINA
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